Tumore della vescica, in Ue oltre 6 mila casi associati ai contaminanti dell'acqua

Per la prima volta, uno studio rivela la possibile incidenza di queste sostanze nell’insorgenza del tumore alla vescica. In Italia sarebbero legate all’1,2% dei casi

Il 5% dei casi di tumore alla vescica registrati in Europa sarebbe da attribuire al contatto prolungato con l'acqua del rubinetto.A lanciare l'allarme è uno studio dell'Insitute for Global Health di Barcellona, che ha collegato l'acqua usata per bere e per lavarsi a oltre 6mila casi di malattia in 26 Paesi del Vecchio Continente. I ricercatori hanno analizzato le componenti dell'acqua e, in particolare, un gruppo di sostanze, chimate trialometani (Thm), come cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio, sottoprodotti per la disinfezione a base di cloro. Secondo i ricercatori, la presenza di quese sostanze potrebbe essere correlata all'insorgenza del tumore della vescica, rappresentando un fattore di rischio per 6.500 persone ogni anno. Ma, se tutti i Paesi europei rispettassero i limiti, 2.900 di questi casi potrebbero essere meno a rischio.Gli autori dello studio specificano che "l’esposizione a lungo termine ai trialometani è stata associata all’aumento del rischio di tumore della vescica". Ma ciò non vuol dire che sia dimostrata la relazione causa-effetto. L'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), infatti, ha classificato come "potenzialmente cancerogene" (gruppo 2B) il cloroformio e il bromodiclorometano, mentre il bromoformio e il bromodiclorometano sono stati inseriti nella lista 3, quella delle sostanze "non classificabili come cancerogene per l’essere umano".I ricercatori hanno analizzato i livelli di trialometani presenti nell'acqua dei vari Paesi, basandosi sulle analisi di routine effettuate tra il 2005 e il 2018. Poi hanno confrontato i livelli delle sostanze con l'incidenza del tumore alla vescica. Il livello medio di trialometani presenti nell'acqua è risultato di 11,7 microgrammi per litro (il limite europeo per acluni di questi è di 30 microgrammi per litro).I Paesi con i valori più bassi sono risultati Danimarca e Paesi Bassi, in cui i casi di tumore alla vescica potenzialmente attribuiti all'acqua sono dello 0%. Seguono Germani, Lituania, Austria, Slovenia, Italia e Polonia, mentre le percentuali più alte si trocano a Cipro, Malta e Irlanda.In Italia, il valore medio dei trialometani è pari a 3,1 microgrammi per litro e la percentuale di tumori potenzialmente attribuiti a queste sostanze è dell'1,2%: si tratta, cioè, di 336 casi sui quasi 30mila che si verificano ogni anno. "In Italia la situazione è decisamente positiva- spiega a Repubblica Elena Righi, professoressa che da anni s pccupa dello studio dei potenziali effetti negativi di sottoprodotti della disinfezione- la qualità delle nostre acque è estremamente buona e la disinfezione induce una formazione di concentrazioni molto limitate di questi prodotti, tanto che abbiamo potuto adottare un valore guida molto più basso di quello che è consigliato dalla Unione europea e adottato da molti paesi europei".Gli autori dello studio hanno sottolineato la possibilità di far diminuire i casi a rischio, riducendo i livelli di Thm rispetto alla media europea: in questo modo, si stima che 2.868 casi di tumore alla vescica potrebbero essere evitati. "Negli ultimi 20 anni, sono stati fatti grandi sforzi per ridurre i livelli di trialometani in diversi paesi dell'Unione Europea- afferma uno degli autori- Tuttavia, i livelli attuali in alcuni paesi potrebbero ancora comportare un notevole onere per il cancro alla vescica, che potrebbe essere evitato ottimizzando il trattamento delle acque, la disinfezione e le pratiche di distribuzione e altre misure".
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Cellulari, esperto del Cnr: “Non ci sono prove ​di rischio tumore”

Ma meglio usare gli apparecchi correttamente e con qualche precauzione. Il Ministero suggeriva l’uso del vivavoce e degli auricolari

Ieri, la Corte d'Appello di Torino ha stabilito l'esistenza di un nesso tra l'uso improprio e prolungato dei cellulari e la formazione di tumori cerebrali. Ma, uno studio dell'Iss della scorsa estate sosteneva che non ci fossero prove a sostegno di questa tesi. E ora, anche il Cnr specifica che non esiste "evidenza scientifica consolidata che questo possa accadere". Ma, sottolinea, è comunque consigliabile usarli con un po' di prudenza.In un'intervista al Corriere della Sera, Roberto Moccaldi, responsabile della medicina del lavoro al Cnr, che si occupa proprio della protezione delle radiazioni dei campi elettromagnetici, spiega che i dati scientifici degli ultimi 30 anni "suggeriscono che l’uso dei telefoni cellulari non sia associato all’aumento del rischio di tumori". E ricorda proprio lo studio dell'Istituto superiore di Sanità che aveva analizzato tutti i dati delle ricerche pubblicate tra il 1999 e il 2017, affermando che "le radiofrequenze non possono causare neoplasie nelle zone più esposte del corpo durante le chiamate vocali".La scienza, quindi, sembra smentire le convinzioni dei giudici che, a detta di Moccaldi potrebbero essersi basati, per pronunicare la sentenza, solamente sui "pochi studi che dimostrano l’esistenza di rischi legati all’uso dei telefonini. Questi studi costituiscono la nettissima minoranza rispetto a una massa di informazioni che invece smentiscono l’ipotesi di pericolo per la salute". La maggior parte degli studi, infatti, non ha registrato "un aumentato rischio oncologico tra chi usa il cellulare e la popolazione non esposta alle onde elettromagnetiche". Altre ricerche sono in corso, ma gli studiosi si aspettano una conferma dei risultati precedenti.Nonostante non ci siano evidenze che dimostrino la pericolosità dei cellulari, è bene adottare alcuni comportamenti per farne un corretto uso, come ha suggerito la scorsa estate dal Ministero della Salute, su richiesta del Tar. In primo luogo, "in attesa che la ricerca approfondisca ancora qualche aspetto, può essere corretto raccomandare di tenere gli smartphone lontano dal corpo quando non vengono utilizzati", spiega l'esperto del Cnr. Il Ministero consiglia anche di usare auricolari e vivavoce e di "preferire l’invio di messaggi scritti o vocali alle conversazioni", così da tenere l'apparecchio più lontano dal corpo. "Viene poi spiegato- aggiunge Moccaldi- che l’esposizione alle onde avviene solo se l’utente parla e non quando ascolta, quando trasmette i dati e non in ricezione".
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Bologna, per la prima volta impiantata una caviglia stampata in 3D

La tecnica innovativa è stata sperimentata su un 57enne che nel 2007 fa era rimasto vittima di un incidente. L’operazione all’Istituto ortopedico Rizzoli

Per la prima volta a livello mondiale, all'Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna si è svolto un intervento con una tecnica innovativa. Su un paziente 57enne è stata impiantata una intera caviglia ricostruita con una protesi su misura stampata in 3D.Il delicato intervento è stato eseguito con grande successo dall'equipe medica guidata dal professor Cesare Faldini, direttore della Clinica Ortopedica e Traumatologica 1. Il team di professionisti ha operato l'uomo lo scorso 9 ottobre, ma solo ora che il paziente ha recuperato la piena funzionalità dell'articolazione è stata diffusa la notizia. Come riporta Tgcom24, il 57enne era rimasto vittima di un grave incidente nel lontano 2007. Nell'urto, la sua caviglia era rimasta gravemente lesionata e aveva perso ogni funzionalità. Considerato non operabile a causa dell'alterazione anatomica della sua caviglia, l'uomo aveva perso quindi l'uso della gamba. Ma non si è dato per vinto.Ed ecco che ora, 13 anni dopo, c'è stata la svolta. L'Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna ha infatti messo a punto una tecnica innovativa di personalizzazione dell'intera procedura di sostituzione protesica della caviglia. A partire dall'anatomia del paziente, è stato costruito un impianto su misura del 57enne in stampa 3D della caviglia. Un lavoro lungo e complesso, frutto della collaborazione tra chirurghi ortopedici e ingegneri del Rizzoli e dell'Università di Bologna.E così, dopo il delicato intervento realizzato lo scorso 9 ottobre per la prima volta al mondo, il paziente ha ripreso piano piano a camminare. E da ora in poi non potranno che sserci altri miglioramenti. Un grande orgoglio per la sanità italiana. Il professor Cesare Faldini ha spiegato che l'uomo adesso sta bene. La tecnica, hanno precisato dall'istituto Rizzoli dopo l'intervento, è stata creata per i pazienti che non posso ricevere protesi tradizionali e che quindi rischiano di non tornare a camminare. Una svolta che ora potrà portare grandi benefici ad altri numerosi pazienti che fino ad ora erano stati giudicati non operabili.
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La Corte d'Appello: “L'uso dei cellulari può causare tumori alla testa”

La Corte conferma la sentenza di primo grado, che indica un nesso tra l’uso prolungato del cellulare e i tumori al cervello. Ma, la scorsa estate, un rapporto dell’Iss non aveva confermato il legame

"Luso prolungato e scorretto dei telefoni cellulari può causare tumori alla testa". A sostenerlo, secondo quanto riporta Tgcom24, sarebbe la Corte d'Appello di Torino, che oggi avrebbe confermato la sentenza di primo grado, emessa nel 2017 dal tribunale de Ivrea. La scorsa estate, però, un rapporto dell'Istituto superiore di Sanità, di Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea, non aveva confermato il legame tra neoplasie e uso di cellulari.La Corte si è pronunciata su un caso sollevato da un dipendente di Telecom Italia, che aveva contratto un neurinoma del nervo acustco. E, a detta dei giudici, ci sarebbe una connessione tra l'uso del telefono, che per lavoro era costretto ad utilizzarlo anche 4 o 5 ore al giorno, e la malattia. "Una sentenza storica- dicono i legali del dipendente- come lo era stata quella di Ivrea, la prima al mondo a confermare il nesso causa-effetto tra il tumore e l'uso del cellulare".Ma ad agosto, un rapporto di Iss, Arpa, Enea e Cnr-Irea sulle Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche, non avevano confermato il legame tra l'uso prolungato del cellulare e l'incidenza di tumori nelle parti del corpo esposte alle radiofrequenze. Secondo il rapporto, infatti, nel tempo, gli impianti di telecomunicazione sono aumentati, ma è diminuita l'intensità dei segnali trasmessi: la potenza media per una chiamata con un cellulare connesso a reti 3G o 4G sarebbe 100-500 volte inferiore a quella con un dispositivo collegato alla rete 2G. Inoltre, l'uso di auricolari e del vivavoce riducono ancora di più l'esposizione a radiofrequenze. Ad oggi, quindi, la scienza non ha certezze, né prove, che colleghino l'uso dei cellulari allo sviluppo di alcune malattie, soprattutto dato che, nonostante il successo della telefonia mobile, i tassi di incidenza dei tumori celebrali sono rimasti più o meno invariati.
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Diabete di tipo 2, nuovo ed innovativo farmaco arriva in Italia

È arrivato in Italia il nuovo farmaco per contrastare il diabete. Si chiama semaglutide e viene somministrato solo una volta alla settimana. Efficace anche per perdere peso, monitorare la glicemia e ridurre i rischi cardiovascolari annessi

Finalmente è arrivato anche in Italia il nuovo farmaco innovativo per curare il diabete e le sue complicanze.Il nuovo farmaco è prodotto da Novo Nordisk. Non è altro che l’antagonista del recettore GLP-1. La sua somministrazione viene eseguita solo una volta a settimana. Permetterebbe non solo di contrastare la malattia ma anche allo stesso tempo perdere peso, monitorare la glicemia e ridurre i rischi cardiovascolari.Il diabete è una malattia molto diffusa nel mondo. Non pare destinata a fermarsi nei prossimi anni. Attualmente i malati di diabete nella nostra nazione rappresentano circa il 5% della popolazione. Si stima che colpirà entro il 2030 circa cinque milioni di abitanti dello Stivale, cioè circa il 9%. A diffondere questi dati sono stati gli esperti riuniti a Milano in un evento organizzato da Novo Nordisk per la presentazione del nuovo innovativo farmaco contro il diabete. È stato chiamato semaglutide ed offre innumerevoli speranze per chi combatte quotidianamente con questa patologia. È rimborsato dal Sistema Sanitario Nazionale e può essere prescritto dal medico diabetologo nell'ambito del piano sanitario del paziente. Viene somministrato per iniezione attraverso una speciale penna pre-riempita. Viene utilizzato solo una sola volta a settimana indipendentemente dai pasti. È considerato un farmaco innovativo perché è capace di simulare l'azione di un ormone umano che viene prodotto dall'intestino al passaggio del cibo.Rispetto ai farmaci disponibili svolge una migliore efficacia nel controllo della glicemia, del peso corporeo e benefici per il cuore, riducendo così il rischio di complicanze del diabete. È ciò che precisa il Dott. Agostino Consoli, Professore di Endocrinologia dell'Università G. D'Annunzio di Chieti-Pescara. Il nuovo farmaco è un omologo al 94% del Glp-1, ormone presente nel nostro organismo che agisce sulla regolazione del glucosio e della sensazione di appetito. Secondo gli studi scientifici alla base dell’elaborazione di questo nuovo farmaco, circa il 79% dei pazienti raggiunge quello che viene definito l’obiettivo terapeutico.Grazie a questo risultato la nuova terapia ha avuto il via libera da parte dell’Ada/Easd 2018 anche per la cura delle fasi iniziali della malattia. Abbassare anche di un solo punto percentuale il livello di emoglobina glicata, l’indicatore che misura l’efficacia della terapia, permette di ridurre di molto le possibili complicanze del diabete di tipo 2. Combattere questa patologia significa registrare circa il 37% in meno di patologie di carattere micro vascolare, circa il 14% in meno di infarti cardiaci, il 12% in meno di ictus, e il 21% in meno di decessi.
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Torino, musicista operato al cervello mentre suona chitarra e tamburello

La asleep awake surgery, effettuata alle Molinette, permette di monitorare le abilità e la creatività del paziente che si deve sottoporre a delicati interventi chirurgici. Il paziente, polistrumentista, è già stato dimesso

Mentre era steso sul tavolo operatorio, i medici gli hanno fatto avere una chitarra e uno spartito, in modo tale che, durante il complicato intervento a cui si era dovuto sottoporre, lui potesse continuare a eseguire le azioni quotidiane di un musicista: suonare. È accaduto a Torino, nei giorni scorsi, dove nel reparto di Neurochirurgia universitaria dell'ospedale Molinette, diretto dal professor Diego Garbossa, è stata effettuata un'operazione al cervello con la tecnica "asleep-awake", una pratica di neurochirurgia a paziente sveglio, su Alan Brunetta, un giovane artista di 35 anni anni.L'interventoSecondo quanto riportato da La Stampa, l'obiettivo di quel tipo di intervento, oltre ovviamente a operare sulla malattia del paziente, è stato quello di monitorare la creatività attraverso il suono di strumenti musicali in una circostanza fuori dalla norma e, sicuramente, inedita, ma anche preservare il talento artistico del polistrumentista nel momento in cui ha subito un intervento estremamente complesso. In base alle prime informazioni, infatti, in assenza di precauzioni l'operazione avrebbe potuto compromettere per sempre le doti musicali di Brunetta, musicista agli esordi. La malattia del pazienteL'artista, membro di una nota band del capoluogo piemontese, aveva un tumore esteso a livello del lobo temporale e insulare destro. L'operazione, oltre a salvargli la vita, richiedeva però di proteggere anche le sue abilità creative e di improvvisazione musicale. Da lì la decisione di fornirgli uno strumento musicale anche in sala operatoria, dove lui ha potuto suonare mentre i medici lo operavano al cervello. L'équipe dedicata a questo tipo di intervento, l'awake surgery, ha pianificato tutto in accordo con Brunetta.Le fasi dell'operazioneIn base a quanto ricostruito, dopo la prima fase in narcosi, durante la quale è stato eseguito l'accesso chirurgico, il musicista 35enne è stato risvegliato in sala e a quel punto i medici hanno proceduto con il "brain mapping", ovvero la mappatura cerebrale, per individuare un'area corticale sicura da cui iniziare ad aggredire la lesione tumorale. Durante quella fase il paziente ha alternato ai testi più consueti, somminsitrati dalla neuropsicologa, momenti di improvvisazione ed esecuzione di brani musicali, con l'ausilio di chitarra acustica e tamburello a mano. Il monitoraggio è andato avanti anche durante l'asportazione del cancro. L'esito dell'interventoDurante tutto la procedura e al termine dell'operazione, Brunetta non avrebbe riportato deficit e il controllo post operatorio avrebbe confermato il buon esito dell'intervento. Il 35enne, infatti, in queste ore, è stato dimesso dall'ospedale e potrà riprendere la sua attività professionale. La tecnica del monitoraggioSecondo quanto riportato dal quotidiano, questa tecnica è stata utilizzata in un'altra circostanza dall'équipe che ha operato Brunetta. Da qualche tempo, il gruppo sfrutta la possibilità di testare le "funzioni superiori" dell'essere umano in sala operatoria durante la rimozione di lesioni cerebrali per ottenere un'asportazione con minini rischi di deficit neurologici permanenti. In questo caso, i medici hanno potuto osservare la situazione tramite vari test, legati a linguaggi, abilità visive e spaziali.
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Caffeina, alleato anti-obesità

La caffeina contenuta in caffè e tè è un valido alleato per la nostra linea. Uno studio condotto dall’Università dell’Illinois ci conferma che svolge un’azione antiobesità permettendoci di non accumulare grassi in eccesso

Il caffè, contenente caffeina, è una bevanda che può far bene alla nostra salute e alla linea.La caffeina, contenuta in questa bevanda tanto amata dagli italiani, può essere considerata un agente anti-obesità e quindi un’alleata per non accumulare grassi e dimagrire efficacemente. Ce lo conferma vivamente uno studio recente che è stato condotto sui topi. Grazie ad esso è stato notato come proprio la sostanza contenuta in tè e caffè arrivi a ridurre la conservazione dei lipidi, ossia la produzione dei trigliceridi. In questo modo si tende a limitare l'aumento di peso e a non accumulare grassi in eccesso.La ricerca vede la firma dell'Università dell'Illinois ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Functional Foods. Per arrivare a questa conclusione il team di ricerca dell’Università dell’Illinois ha fatto seguire ai topi una dieta ben precisa. Essa prevedeva l’assunzione rigorosa del 40% di grassi, il 45% di carboidrati e il 15% di proteine. Ai topi inoltre è stata fatta ingerire una quantità di caffeina equivalente a quella di un essere umano che la assume in circa 4 tazze di caffè o tè al giorno. I topi sono stati seguiti per un periodo di tempo di circa quattro settimaneAlla fine del periodo di quattro settimane, la percentuale di massa magra nei vari gruppi di ratti (divisi in chi beveva tè mate con caffeina e chi invece prendeva lo stesso prodotto ma decaffeinato) è variata significativamente. I ratti che hanno ingerito caffeina hanno accumulato meno grasso corporeo rispetto all'altro gruppo, quello che ingeriva il prodotto decaffeinato. Il gruppo di topi che assumeva regolarmente caffeina al giorno infatti ha guadagnato il 16% in meno di peso e ha accumulato il 22% in meno di grasso corporeo rispetto ai ratti che hanno consumato il prodotto decaffeinato.Gli studiosi dell’Università dell’Illinois hanno così notato che la caffeina contenuta in caffè e tè svolge una preziosa azione di riduzione di grasso corporeo. Non consente infatti di accumulare i lipidi nelle cellule adipose dell’organismo. Questa riduzione di grassi accumulati varia tra il 20% e il 41%. In uno studio condotto su colture cellulari, invece, l'espressione di Fasn, il gene della sintesi degli acidi grassi (un composto coinvolto nella sintesi degli acidi grassi del glucosio) è diminuita tra il 31% e il 39%, mentre l'espressione di Lpl, gene della lipoproteina lipasi (che codifica per un enzima che scompone i trigliceridi) è diminuita tra il 51% e il 69%.
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Tumore al polmone, scoperta molecola che blocca la malattia

I ricercatori americani della società Amgen hanno scoperto una molecola che colpisce e guarisce le cellule malate dalle quali si diffonde il tumore al polmone. I risultati fanno ben sperare

Nasce una nuova speranza per combattere il tumore al polmone ed una speranza in più per guarire: i ricercatori della società americana di biotecnologia chiamata Amgen hanno scoperto una molecola, una specie di infiltrata speciale, che blocca le cellule tumorali del cancro al polmone.Come funzionaInserendosi in una tasca, mai individuata prima, di una proteina, agisce bloccando il tumore anche nei pazienti sui quali le cure non hanno effetto. Approvata negli Stati Uniti, verrà sperimentata in Europa ed in Italia nel 2020, come hanno spiegato alcuni esperti oggi a Milano. Il nome tecnico della molecola è Amg510 (da cui prende nome anche il farmaco) e va a colpire la mutazione specifica KrasG12C responsabile del tumore sfruttando una tasca nascosta presente nella proteina bersaglio. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature, è stato confermato e rafforzato dai recenti ed incoraggianti risultati della prima fase di sperimentazione che dimostra il controllo della malattia nel 100% dei pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule.I numeriLa molecola potrebbe diventare una nuova arma contro i tumori al polmone ed altri tumori solidi. Attualmente, in Italia si registrano 42.500 nuove diagnosi di tumore al polmone ogni anno delle quali circa 35mila riguardano il tumore non a piccole cellule che in circa tre mila casi è provocato dalla mutazione specifica Krasg12c. L’obiettivo è riuscire, entro un paio d’anni, a trattare e curare il tumore al polmone non a piccole cellule con mutazione specifica kras, fino ad oggi insensibile ai farmaci.Amg510 è, infatti, il primo farmaco ad arrivare alla fase clinica dopo oltre 30 anni di ricerche senza successo per tentare di agire sulla proteina mutata Krasg12c, finora non aggredibile perché non si era mai trovato un "appiglio molecolare" contro cui indirizzare il farmaco. Dopo i primi risultati clinici positivi, è al via una sperimentazione che coinvolgerà 650 pazienti di 300 centri in 15 Paesi e che vede l’Italia impegnata con 15 centri partecipanti coordinati dall’Università di Torino. Nonostante i numerosi passi in avanti fatti in questo campo, nel nostro Paese la diagnosi è spesso tardiva e l’accesso ai test molecolari, per tipizzare la neoplasia ed individuare i target per terapie mirate, non è omogeneo su tutto il territorio nazionale né rimborsabile in tutte le regioni.I risultatiLa terapia ha ridotto il tumore nel 54% dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule, 7 dei 13 pazienti valutabili che hanno ricevuto Amg510 960 mg ed ha arrestato la crescita tumorale nel restante 46%, 6 dei 13 pazienti valutabili che hanno ricevuto Amg510 960 mg, dimostrando appunto un controllo della malattia nel 100% dei pazienti. Il trattamento mostra un profilo di sicurezza e tollerabilità favorevole: nello studio della prima fase nessun paziente ha riportato tossicità tali da dover ridurre la dose di farmaco ed effetti collaterali gravi correlati alla terapia in studio.“Se gli studi clinici confermeranno le premesse – spiega Maria Luce Vegna, Direttore Medico Amgen Italia – Amg510 potrebbe diventare la prima terapia per i tumori con questo tipo di mutazione, con possibili benefici per migliaia di pazienti oncologici”.
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Fonte http://www.ilgiornale.it/

Influenza: 900mila italiani già a letto con la febbre

Quest’anno l’influenza ha anticipato i tempi: quasi 900 mila italiani sono alle prese con febbre e dolori articolari. Gli anziani vaccinati sono sotto la soglia minima indicata dal Ministero della Salute

L'influenza fa sul serio e si avvia verso il picco stagionale. Gli italiani costretti a letto e messi ko da febbre e dolori articolari sono già 887 mila con 174 mila nuovi casi registrati soltanto nell'ultima settimana.Il freddo che in questi giorni interessa il nostro Paese aiuta maggiormente la diffusione del virus che ha avuto un'improvvisa accelerazione. Lo rende noto il rapporto settimanale InfluNet dell'Istituto Superiore di Sanità. Secondo il bollettino, da metà ottobre ad oggi siamo quasi a 900 mila casi segnalati.La circolazione dei virus dell'influenza inizia a intensificarsi soprattutto in alcune regioni come Piemonte, Lombardia, la provincia autonoma di Trento, Friuli Venezia- Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Sicilia dove è stata già superata la soglia epidemica. Nelle altre regioni siamo ancora sotto la soglia base, ma il bollettino precisa che si sono verificati ritardi nell'invio dei dati da parte dei medici e dei pediatri e questo potrebbe sottostimare i casi in alcune regioni.L'incidenza totale è di 2,52 casi per mille assistiti ma raddoppia nella fascia di età tra 0 e 4 anni raggiungendo i 5,54 casi ogni mille persone. Stavolta a preoccupare non sono solo i bambini, ma gli anziani che hanno deciso di non vaccinarsi. I timori non riguardano unicamente le possibili conseguenze che l'influenza può avere sulla loro salute, considerato che sono tra i soggetti a rischio complicanze gravi, ma anche per il ruolo che potrebbero avere nella diffusione dell'influenza. Specialmente nei periodi di festa, quando diventa più frequente stare in famiglia e con gli amici.Il problema è che gli anziani con un'età superiore ai 65 anni, ai quali la vaccinazione è fortemente raccomandata dal Ministero della Salute, sembrano essere molto restii a immunizzarsi dall'influenza. L'Eurostat ha rilevato che la copertura influenzale per questa fascia d'età è buona soltanto sul Regno Unito dove si sono vaccinati 7 anziani su 10 (72,6%). L'Italia è a metà classifica, in settima posizione, con il 52% mentre meno del 10% si vaccina in Estonia e Lettonia.Secondo il bollettino InfluNet, quest'anno l'influenza potrebbe mettere ko moltissimi italiani durante le feste natalizie a causa dell'inizio anticipato della stagione influenzale e del ritardo nelle vaccinazioni: il picco potrebbe essere già raggiunto a metà dicembre. Nella scorsa stagione la soglia epidemica, invece, si era registrata tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio.La copertura vaccinale tra gli anziani, pur essendo ancora bassa, è in lieve aumento rispetto a 5 anni fa. "I dati nazionali dell'anno scorso – spiega Giovanni Maga, Direttore del laboratorio di Virologia Molecolare presso l'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia – per gli anziani over 65 si attestano al 53%, confermando un trend in leggero aumento, all'incirca del 5% in più rispetto a cinque anni fa. Ma è largamente insufficiente e ancora negativo rispetti agli anni 2002-2011, in cui si superava il 60% con punte del 68%".Va male anche la copertura nazionale sulla popolazione generale che "è ferma intorno al 15% e negli ultimi 20 anni non ha mai visto superare la soglia del 19% – ha dichiarato Maga – Si spera che vada meglio quest'anno ma per raggiungere gli obiettivi ottimali sarebbe necessario un drastico aumento che al momento purtroppo non si vede".
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Trovate impurità in alcuni farmaci usati contro il diabete

L’Agenzia europea per i medicinali: “Non sembrano essere coinvolti i medicinali dell’Ue”. E avverte i pazienti: “Continuate con il trattamento”. Intanto hanno preso il via nuovi test

In un ristretto numero di medicinali a base di metformina, usato per trattare il diabete di tipo 2, sono stati riscontrati livelli molto bassi di un'impurezza, la N-nitrosodimetilammina (Ndma). Lo ha reso noto l'Agenzia europea per i medicinali (Ema), che ha sottolineato come la segnalazione sia rivolta al di fuori dell'Unione Europea.Dopo il caso Ranitinda, spunta un nuovo possibile allarme. I livelli di Ndma riscontrati in alcuni farmaci, però, sembrerebbero essere entro i limiti a cui le persone possono essere normalmente esposti. La metformina viene usata (da sola o in unione ad altri medicinali) per trattare il diabete di tipo 2: si tratta della prima linea usata per cercare di tenere sotto controllo il diabete e agisce riducendo la produzione di glucosio nell'organismo e facendo diminuire l'assorbimento del glucosio da parte dell'intestino.La comunicazione diffusa dall'Ema, pubblicata sul sito web dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), specifica che "al momento non ci sono dati che indichino che i medicinali a base di metformina nell’Ue siano coinvolti". Per capirlo e analizzare la situazione, "le Autorità nell’Ue stanno avviando la collaborazione con le aziende per testare i medicinali in commercio nell’Ue e forniranno ulteriori aggiornamenti nel momento in cui saranno disponibili maggiori informazioni".Per il momento, i pazienti devono continuare la terapia a base di metformina contro il diabete. Infatti, "il rischio derivante da un non adeguato trattamento del diabete supera di gran lunga qualsiasi possibile effetto dovuto ai bassi livelli di Ndma osservati nei test". È fondamentale, quindi, che i pazienti non interrompano il trattamento e continuino a tenere sotto controllo il diabete. Seguendo la stessa logica, è bene che gli operatori sanitari continuino a prescrivere il medicinale usato per il diabete di tipo 2, nell'attesa di informazioni più dettagliate dalle Autorità europee.
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