Real San Basilio, la squadra del clan che fa paura

Si indaga sul Real San Basilio per le strane defezioni degli avversari. Minacce in campo e armi sugli spalti. A spaventare gli ultrà di periferia

Stranezze del calcio amatoriale fatto di episodi dubbi, vittorie a tavolino, rimonte sospette dell’ultimissimo minuto. È il pallone di chi solca i campetti di periferia dove le regole, spesso, restano fuori. Appese al chiodo. Chi gioca contro la squadra del boss ha paura e il risultato, spesso, è scontato. Vittoria e tutti a casa con tre in punti in più in classifica. Ogni volta che in campo scende il Real San Basilio, girone B della prima categoria, gli occhi delle digos sono tutti puntati su di loro. Lo scrive il Messaggero.Non a caso il 20 gennaio scorso, poche ore prima dell’arresto del presidente, calabrese impiantato a San Basilio, il questore aveva stabilito che la sfida al vertice della classifica con il Fidene fosse giocata in un campo neutro. Il match di febbraio con il Civita Castellana si giocherà non nel campo di casa abituale, ma allo stadio Madami che ospita categorie superiori.Anche la questura di Viterbo, infatti, riterrebbe che la gara contro il Real si debba disputare in una struttura più idonea, dove le tribune e gli spogliatoi sono ben separati, dove calciatori e tifosi siano in contatto il meno possibile e dove, in caso di necessità, sia più facile l’intervento delle forze dell’ordine. Diamo un occhio alla classifica. Il Fidene è primo, il San Basilio lo insegue ed è il terrore del girone. A spaventare è la squadriglia di ultras al seguito, uomini che fanno paura specie in trasferta. Sarà la cattiva nomea della periferia romana, sarà l’atteggiamento spavaldo dei tifosi, ma l’atmosfera ogni volta è pesante.Tra le società c’è malumore e dalla Lega dilettanti non arrivano segnali di protezione. Poi ci sono partite sospette. Il 5 gennaio il Trevignano è ospite del San Basilio. La partita sembra mettersi bene per gli ospiti che prendono le distanze 3 a 0. Ma il Real rimonta e agguanta il pareggio. L’arbitro al novantesimo non manda tutti negli spogliatoi, anzi consente un ampio recupero. Così al 94' il San Basilio vince grazie a un autogol del Trevignano.Sebbene il Real non ne avrebbe bisogno dal momento che ha giocatori che esprimono un buon gioco, numerosi sarebbero i gol dubbi. E il Fidene che è fortissimo e non perdeva colpi, il 20 gennaio si è mostrato mansueto incassando un sonoro 4 a 0. Tre mesi fa il procuratore nazionale antimafia, Cafiero De Raho, parlando al Premio Borsellino, disse che le mafie sono entrate nel calcio e cercano di acquisire società minori, sottolineando che attraverso i club si accreditano e raggiungono personalità politiche ed economiche. Il sospetto è che dietro questi acquisti ci sia il riciclaggio di denaro. Intanto le indagini vanno avanti.
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Dieci gradi oltre le medie, ecco i giorni della Merla più caldi di sempre

In questa anomala stagione invernale non faranno eccezione nemmeno gli ultimi tre giorni del mese: su tutta Italia avremo uno scarto termico positivo tra i 5 e i 10 gradi. Attenzione, però, perché l’inverno è pronto a bussare

Tradizione vuole che siano i giorni più freddi dell'anno ma in questa anomala stagione invernale non andrà cosi. I giorni della Merla, che durano dal 29 al 31 gennaio, li trascorreremo con una clima così straordinariamente mite che entrerà di diritto negli annali della meteorologia.Perchè si chiamano cosìLa tradizione popolare ci dice che il nome dato agli ultimi giorni del primo mese dell'anno, appunto i giorni della Merla, deriverebbe da una leggenda secondo la quale i merli, una volta, avevano tutti le piume bianche ed il gelo degli ultimi tre giorni di gennaio li aveva costretti a cercare un riparo più sicuro dal freddo che non fosse il loro nido. Per questo motivo, una merla aveva deciso di rifugiarsi su un tetto accanto al comignolo di una casa dal quale usciva il tepore del camino. A causa del fumo, però, le penne dell'animale, da bianche diventarono nere e da quel momento i merli hanno le piume scure.Fine gennaio tra i più caldi di sempreQuest'anno la tradizione non sarà rispettata, anzi. Cosa sta accadendo? Da alcuni giorni l'Italia è interessata da miti ed umide correnti sud-occidentali che mantengono un quadro climatico ben superiore alle medie del periodo. Le temperature sono destinate ad aumentare ancora, da oggi e fino a sabato. Nelle zone geograficamente più esposte alle miti correnti meridionali si toccheranno punte di 18-20 gradi, in particolar modo in Calabria e sulle due Isole Maggiori con un'anomalia termica di 8-10 gradi verso l'alto. Altro che giorni della Merla, sembrerà di essere ad Aprile.Ma il clima resterà molto mite anche al Centro-Nord dove, nonostante una maggiore nuvolosità dovuta ad infiltrazioni di aria umida in quota, i termometri registreranno temperature massime anche di 16 gradi al Centro e 12-13 sulle regioni settentrionali. Praticamente ovunque, lo scarto con la media superererà i 5-6 gradi. Si potrà dire che ci aspetta un anticipo di primavera.Ma l'inverno è dietro l'angoloQuesta incredibile anomalia termica dovrebbe durare fin verso i primi giorni del nuovo mese ma, dal 5 febbraio, si spalancherebbero le porte dell'inverno, quello vero: l'alta pressione, in pieno Oceano Atlantico, si dirigerebbe verso Nord causando una intensa colata gelida di estrazione polare che colpirebbe, in modo diretto, tutta l'Europa centrale fino ad entrare nel cuore del Mar Mediterraneo con risvolti freddi e nevosi per gran parte delle nostre regioni.A causa della distanza temporale, però, questa non è una previsione ma una linea di tendenza a medio termine. Certamente, per la prima volta in questa stagione, sembra esserci uno spiraglio per la prima, vera, fase fredda del "non inverno" 2019-2020.QUI TUTTE LE PREVISIONI
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Abusi sessuali di gruppo su due fratelli: a Prato indagati 9 religiosi

Le indagini partite dalle dichiarazioni dei due fratelli, minorenni all’epoca dei fatti. Ma le vittime potrebbero essere di più

Per anni, fra le mura delle sedi di Prato e Calomini, in provincia di Lucca, dell'ex comuntà religiosa I discepoli dell'Annunicazione si sarebbero consumati abusi sessuali su due fratelli, minorenni all'epoca dei fatti. E accusati delle presunte violenze sarebbero 5 sacerdoti, un frate e altri 3 religiosi.Secondo quanto riporta la Nazione, che ha dato la notizia, la procura di Prato avrebbe aperto un'inchiesta per presunti abusi sessuali. Le indagini sulla comunità religiosa, che era nata con l'intenzione di guidare e sostenere i ragazzi, strappandoli a situazioni difficili, avrebbero invece portato alla luce un ambiente fatto di violene e abusi. Le vittime accertate finora sarebbero due: si tratterebbe di due fratelli, affidati dai genitori ai Discepoli dell'Annunciazione, che sosterrebbero di aver subito ripetute e inenarrabili violenze, anche in gruppo, per anni. Secondo la testimonianza fornita agli investigatori dai due fratelli, minorenni all'epoca dei fatti, ci potrebbero essere anche altre vittime, oltre che altri adulti coinvolti negli episodi di abusi, le cui identità sono ancora in fase di accertamento.L'inchiesta sarebbe partita proprio dalle dichiarazioni dei due fratelli, presentate all'allora vesovo di Prato, che aveva rifetito alla procura quanto appreso da un ragazzo, che sosteneva di aver subito abusi fisici e psicologici all'interno della comunità. Il periodo degli abusi andrebbe, per una delle vittime, dal 2008 al 2016, e le violenze si sarebbero consumate sia nella sede di Prato che in quella di Calomini. Otto degli indagati si sarebbero approfittati del ragazzino, mentre due avrebbero preso di mira il fratello, dal 2009 al 2012.Le vittime sarebbero ritenute credibili dalla procura di Prato e i magistrati hanno disposto le perquisizioni personali a carico dei 9 religiosi indagati, oltre a una serie di accertamenti nelle due sedi della comunità. Gli investigatori pensano di poter trovare documentazioni cartacee o video sugli abusi.Lo scorso dicembre, il Vaticano aveva soppresso ufficialmente la comunità, dopo 14 mesi di attività. Le motivazioni che accompagnavano la decisione erano dettate da "forti perplessità sullo stile di governo del fondatore e sulla sua idoneità nel ricoprire tale ruolo". Dubbi anche anche per i "limiti nel reclutamento e nella formazione dei membri" e per l'emergere di "deficienze nell'esercizio dell'autorità".L'attuale vescovo di Prato, dopo la diffusione della notizia, ha espresso in una note "piena fiducia nella magistratura e continua a offre agli inquirenti la fattiva collaborazione della Diocesi". Poi ha aggiunto: "Le ipotesi di reato sono gravissime e addolorano l'intera comunità diocesana pratese". Secondo quanto riporta AdnKronos, anche il vescovo, lo scorso dicembre, si era recato in procura di propria iniziativa per riferire suo fatti a sua conoscenza dopo le denunce presentate alla Diocesi. "Non nascondo il mio dolore e la mia viva preoccupazione e vorrei sperare che gli addebiti mossi non risultino veri, ma voglio chiaramente dire – ha concluso il vescovo -che il primo interesse che la Chiesa di Prato ha è quello della ricerca della verità. Per questo auspico che la Magistratura, nell'interesse di tutti, possa portare quanto prima a termine le indagini".
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“Ci sono cinquecento jihadisti pronti a colpire in Europa”

Altro che “lupi solitari”: c’è uno specifico radicamento dell’ideologia jihadista in alcune città francesi, spiega lo studioso Hugo Micheron, allievo di Gilles Kepel

Hugo Micheron è uno dei maggiori esperti della radicalizzazione dell'Islam in Francia e del rapporto fra occidente e il mondo musulmano: ricercatore all'École Normale di Parigi e docente a Sciences Po, sta riscuotendo un certo successo grazie sua tesi di dottorato, Le Jihadisme français. Quartiers, Syrie, prisons, che ha scritto sotto la supervisione del celebre politologo e arabista Gilles Kepel. Tesi di quattrocento pagine che ora è stata pubblicata come saggio da Gallimard e che torna ad alimentare il dibattito sull'islam radicale e di come l'Europa, francia in primis, stia sottovalutando il problema, spesso in nome del politicamente corretto e di un approccio ideologico e buonista che provoca solamente disastri.Intervistato dal Corriere della Sera, Micheron sottolinea che il suo libro "è spassionato, e non getta olio sul fuoco. Offre una storia e una diagnosi degli attentati degli ultimi anni e più in generale di vent anni di jihadismo. Tutto ciò, in un Paese scosso da controversie molto accese". Il problema è che "c'è stato troppo pudore" e gli intellettuali, parlando di islam radicale, "hanno avuto paura che insistendo sui fatti si nutrissero gli isterismi". L'approccio di Micheron, da studioso tutto d'un pezzo, non è per nulla ideologico. È pragmatico e si basa su una realtà dei fatti che molti fanno finta di non vedere: "Solo guardando ai fatti con la maggiore oggettività possibile si sconfiggono i fantasmi" sottolinea. Per questo, prosegue, "ho scelto la ricerca empirica e ho costruito il maggiore campione di interviste fino ad ora. Mi sono basato sui fatti. Non sono sceso a compromessi con i fatti". Tant'è che per realizzare la sua tesi ha incontrato i jihadisti, "un centinanio in ciascuno dei tre nei quali è cresciuto e ha circolato il jihadismo francese: le periferie, la Siria, le prigioni". Le autorità francesi, purtroppo, hanno commesso diversi errori di valutazioni. "Spesso ci si è girati dall'altra parte" osserva. "Dopo gli attentati e i sette morti del 2012 a Tolosa e a Montauban – spiega Micheron – la polizia presentò l' autore, Mohammed Merah, come un lupo solitario in scooter. Ho ricostruito una storia molto diversa nel libro. C'è stato uno specifico radicamento dell'ideologia jihadista nella regione di Tolosa. Di cui Merah è stato il prodotto". E ora che lo Stato Islamico in Siria e Iraq è stato sconfitto – almeno sul piano militare, certamente non su quello ideologico – l'ennesimo errore sarebbe quello di sottovalutare il fenomeno. Perché, sottolinea il giovane studioso francese, "per i militanti non è altro che una tappa. Una lezione da imparare. Ne ho incontrati ottanta in prigione. Ce ne sono cinquecento in tutta Europa. Si preparano. Aspettano l'occasione".Altro errore di molti analisti, sottolinea Hugo Micheron, è quello di sottovaluare la dimensione religiosa. "Ho cercato di restituire al fattore religioso il posto che gli spetta. Contestualizzandolo però, nell' evoluzione dei territori, nell'evoluzione politica, anche rispetto alla variabile socio-economica. Le persone che ho incontrato – afferma – si percepiscono come l' avanguardia dell'islam e si sentono il vero islam circondato da miscredenti". Per far fronte al problema dell'islamismo, nel 2018 il presidente Emmanuel Macron ha espresso la volontà di riformare le istituzioni islamiche presenti Oltralpe per creare un "islam di Francia," sotto l'egida statale. Basterà?
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Così Papa Francesco si è avvicinato alla Cina comunista

Papa Francesco marcia in direzione della Cina. Una questione geopolitica, che interessa però anche i rapporti tra cattolici e Repubblica popolare

Il Papa, qualche giorno fa, ha evidenziato l'impegno del governo cinese per debellare il coronavirus. Il Papa, nel corso di questa settimana, ha incontrato il vicepresidente Usa Mike Pence, che si è recato in Vaticano anche per saldare un'alleanza, quella tra Chiesa e Stati Uniti, che può influire sull'assetto geopolitico globale.Nella testa di Pence può circolare una domanda, che recita più o meno cosi: considerando l'assetto bipolare cui il mondo sembra andare incontro, da che parte starà la Chiesa cattolica? Con la Cina o con Washington? Il Papa, tornando dal Giappone e dalla Thailandia, ha aperto ad una storica visita apostolica nella Repubblica popolare cinese. Il primo Papa gesuita della storia è riuscito anche in un'impresa diplomatica: contrarre un "accordo provvisorio" con la Cina, al fine di pacificare i rapporti tra i fedeli cattolici e lo Stato asiatico. Sono tutti passaggi sparsi di quella che, negli ambienti ecclesiastici, viene definita "questione cinese". La stessa che può essere parte integrante di un grande spartiacque storico dei prossimi decenni. L'avvicinamento del Vaticano al "dragone", per le alte sfere, costituisce un successo dichiarato. Gli emisferi conservatori sollevano critiche e preoccupazioni.L'accordo provvisorio tra Santa Sede e PechinoLa firma sull'accordo provvisorio risale all'autunno del 2018. Le "parti" si sono concesse due anni per la verifica della tenuta del patto, che è rimasto celato. Nel senso che, allo stato attuale, non è possibile elencare con certezza quali siano i contenuti concordati. Semplicemente perché l'accordo non è pubblico. Conosciamo però alcune delle novità apportate. La deduzione aiuta molto. Due vescovi cinesi, dopo essere stati invitati, hanno presenziato al Sinodo sui Giovani. Non era mai accaduto prima. Il Papa, in questo anno e mezzo, ha ordinato nuovi vescovi e istituito nuove diocesi. Bergoglio ha anche riconosciuto 8 presuli, che erano stati selezionati tempo addietro dalle autorità cinesi. Si tratta di altre innovazioni rilevanti. Jorge Mario Bergoglio – questo è un punto discusso – dovrebbe essere il primo vescovo di Roma riconosciuto ufficialmente dal "dragone" in quanto vertice religioso e legittimo. Per quel che riguarda le comunicazioni ufficiali, il pontefice argentino, scrivendo al popolo cattolico cinese, ha dichiarato quanto segue nel settembre del 2019, qundi poco dopo l'ufficialità dell'accordo: "In questo contesto, la Santa Sede intende fare sino in fondo la parte che le compete, ma anche a voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, spetta un ruolo importante: cercare insieme buoni candidati che siano in grado di assumere nella Chiesa il delicato e importante servizio episcopale". Prima di questa che è una conclusione, Papa Francesco aveva specificato: "Quello che c'è, è un dialogo sugli eventuali candidati, ma nomina Roma, nomina il Papa, questo è chiaro. E preghiamo per le sofferenze di alcuni che non capiscono o che hanno alle spalle tanti anni di clandestinità". Una precisazione resasi necessaria anche per via delle rimostranze di chi sostiene che il Vaticano, per nominare i vescovi, debba prima passare da un parere vincolante della Conferenza episcopale cinese, che dipenderebbe però dall'Associazione patriottica cattolica cinese, che è filogovernativa, dunque filocomunista. Esistono due tendenze interpretative: c'è il "fronte" di chi non fa che esaltare o comunque approvare il passo di avvicinamento della Santa Sede alla Repubblica popolare – un passo di avvicinamento che, nelle intenzioni, serve anche a ridurre la distanza tra il popolo cattolico e le istituzioni governative -, e quello di chi, in modo contrariato ed oppositivo, vede nell'accordo una svendita del cattolicesimo al regime comunista. Il secondo "fronte" è animato soprattutto dal cardinale Joseph Zen, che ha più volte manifestato avversioni e timori.Il fronte del "no" all'accordo provvisorio e la lettera di Benedetto XVIZen non la pensa come la segreteria di Stato del Vaticano. Almeno non sulla "questione cinese". Zen, che insieme a John Tong Hon, è uno dei due porporati di Hong Kong (Hon è più progressista), è sicuro di come la Chiesa cattolica stia cedendo al comunismo. E vorrebbe, invece, aspettare la crisi storica dell'ideologia massimalista su cui si regge la Repubblica popolare, per far sì che i cattolici possano svolgere un ruolo centrale nella ricostruzione futura. La linea è questa: nessun accordo con Xi Jingping e i suoi fino al crollo del "regime". Zen, in maniera apparentemente diversa dal Vaticano, è ancora convinto dell'esistenza di una "Chiesa sotterranea" o "clandestina", che a Pechino non smetteranno mai di contrastare. Dall'altra parte della barricata, risiede la cosiddetta "Chiesa ufficiale". Zen ventila l'ipotesi "scisma": da una parte i cattolici sotterranei, dall'altra quelli adagiati sull'Assocazione patriottica cattolica. Quando due vescovi della Cina sono arrivati a Roma per il Sinodo sui giovani, Zen li ha invitati a tornare indietro, in quanto rappresentanti dell'esecutivo e non della Chiesa universale. Qualche virgolettato del cardinale di Hong Kong – riportato anche sul blog di Aldo Maria Valli – può essere utile a delinare meglio il ragionamento che c'è dietro: "Non si possono ingannare i comunisti. Invece così si tradisce il mondo intero. Si sospingono i fedeli su una strada sbagliata. Per un prete, firmare il documento, non è semplicemente firmare una dichiarazione. Quando firmate, accettate di essere membro di questa chiesa sotto la direzione del partito comunista. È terribile, terribile". La riflessione dell'ecclesiastico conservatore muove da una lettera che Benedetto XVI ha scritto nel 2007: "Sono consapevole delle gravi difficoltà, alle quali dovete far fronte nella suddetta situazione per mantenervi fedeli a Cristo, alla sua Chiesa e al Successore di Pietro. Ricordandovi che — come già affermava san Paolo — nessuna difficoltà può separarci dall'amore di Cristo, nutro la fiducia che saprete fare tutto il possibile, confidando nella grazia del Signore, per salvaguardare l'unità e la comunione ecclesiale anche a costo di grandi sacrifici". Joseph Ratzinger, secondo l'interpretazione di Zen, era disponibile persino ad assistere ad anni di sofferenze, pur di non vedere configurata una resa. E in effetti Benedetto XVI, in quella missiva, si era espresso così: "Alla luce di questi irrinunciabili principi, la soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità civili; nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa". La strategia di Jorge Mario Bergoglio e del "ministro degli Esteri" Pietro Parolin avrebbe oltrepassato il confine individuato dal papa emerito e da Giovanni Paolo II. A Benedetto XVI, poi, sarebbe stato sottoposto il medesimo "accordo provvisorio". Ma Ratzinger – ipotizza Zen – ha ricusato quello che Bergoglio ha invece sottoscritto. Vale la pena sottolineare come di questo ultimo assunto non siano però state presentate prove scritte. Zen – è questo è un elemento che non può essere omesso per delinare a pieno l'entità della partita – è spalleggiato dai tradizionalisti.Il fronte del "sì" e la speranza di Papa FrancescoDa quando Jorge Mario Bergoglio ha nominato il cardinale Pietro Parolin al vertice della segreteria di Stato la Chiesa cattolica è tornata a svolgere un ruolo centrale all'interno delle dinamiche geopolitiche. Un diplomatico di carriera, da quelle parti della Santa Sede, non si vedeva da un po'. E il cardinale Pietro Parolin ha sempre difeso il Papa sull'"accordo provvisorio". La Cina, prima del settembre del 2018, non aveva mai concesso margini d'azione larghi a Roma. Il Vaticano, in linea di principio, non poteva condizionare le nomine vescovili, che erano di stretta competenza cinese. La posizione del "ministro degli Esteri" sulla "questione cinese" è riassumibile mediante una dichiarazione rilasciata a La Stampa nel febbraio del 2018: "Vi chiediamo, perciò, che nessuno si aggrappi allo spirito di contrapposizione per condannare il fratello o che utilizzi il passato come un pretesto per fomentare nuovi risentimenti e chiusure. Al contrario, auguriamo che ciascuno guardi con fiducia al futuro della Chiesa, al di là di ogni limite umano". Le strumentalizzazioni, insomma, non sono utili. E quella che va ricercata, anzitutto, è l'unità. Papa Francesco, alla scadenza dei due anni di verifica previsti sul patto, potrebbe davvero toccare il suolo cinese. Nessun pontefice ha mai potuto raccontare di essere stato in Cina da vescovo di Roma. Bergoglio è già stato il primo in grado di "sorvolarla". Ora il Santo Padre vorrebbe inserire Pechino nel calendario del 2020, ma non dipende solo dalla sua volontà. Xi Jinping dovrebbe voler facilitare il medesimo scenario. Altrimenti, con ogni probabilità, non se ne farà niente. Ma Jorge Mario Bergoglio – con la mentalità tipica di un missionario gesuita – potrebbe aver individuato nella Cina un prezioso alleato nello sviluppo del dialogo e del multilateralismo, che è la via diplomatica preferita dall'ex arcivescovo di Buenos Aires. Gli Stati Uniti sono impensieriti da questa prossimità? Possibile. La "dottrina Trump" non prevede di fiancheggiare istituzioni importanti della "civilità occidentale" che si adagiano su Pechino, anzi. Graham Allison, in un libro edito da Fazi, che è intitolato "Destinati alla Guerra", si è chiesto se Usa e Cina possano davvero evitare un conflitto bellico. Per Allison una guerra non è "inevitabile", ma rimane "possibile". E la "trappola" in cui i due colossi geopolitici rischiano di cadere, per il professore di Harvard, è quella di "Tucidide". Jorge Mario Bergoglio è il principale teorico di una "terza guerra mondiale", che l'umanità starebbe già combattendo, per quanto "a pezzi". Il Papa è convinto di come multilateralismo possa coadiuvare la risoluzione delle situazioni di crisi e dei focolai. Decrittare gli ostacoli posti sul cammino di una dialettica tesa alla pace, quindi, prevede pure la costruzione di "ponti" verso un attore geopolitico decisivo come quello cinese. Il Papa, con coerenza, tira dritto. E più di qualche commentatore, valutando il perché il Papa non abbia commentato le proteste di Hong Kong, ha riflettuto sul fatto che Bergoglio non volesse compromettere la disponibilità della Cina, che deve dare l'ok al primo, e per ora eventuale, viaggio apostolico di sempre.Le "nuove misure restrittive" del governo cinese sulla libertà religiosaMa in Cina, dopo l'adozione delle norme derivanti dall'"accordo provvisorio", sono mutati i rapporti tra i cattolici e il Partito comunista? La domanda è legittima. Dall'abbattimento dei santuari cattolici alla continuazione del processo di "sicinizzazione": le cronache, di questi tempi, non riportato troppe aperture nei confronti di chi vorrebbe professare il culto cristiano-cattolicoì per quello che davvero è. Asia News è il principale portale italiano in cui è possibile apprendere notizie come quelle riguardanti le " nuove misure amministrative per i gruppi religiosi cinesi". Per approfondire al meglio la situazione odierna, è sufficiente citare testualmente una delle fattispecie che Pechino sta per adottare: "Le organizzazioni religiose devono diffondere i principi e le politiche del Partito comunista cinese, come pure le leggi nazionali, i regolamenti, le regole al personale religioso e ai cittadini religiosi, educando il personale religioso e i cittadini religiosi a sostenere la leadership del Partito comunista cinese, sostenendo il sistema socialista, aderendo e seguendo il sentiero del socialismo con caratteristiche cinesi…”. Le ragioni del cardinale Joseph Zen, leggendo questo articolo di legge, sembrano possedere solide basi. Joseph Ratzinger annotava nella missiva sopracitata: "Considerando « il disegno originario di Gesù », risulta evidente che la pretesa di alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, di porsi al di sopra dei Vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale, non corrisponde alla dottrina cattolica, secondo la quale la Chiesa è « apostolica », come ha ribadito anche il Concilio Vaticano II". Nessuno, quindi, può prendere decisioni che interessano la vita interna della Chiesa universale se non la Chiesa universale stessa, che risponde delle decisioni di un Papa. L'ultimo provvedimento cinese, d'altro canto, assomiglia molto ad un inasprimento del "regolamento" che è entrato in vigore nei primi mesi del 2018. Aspetti – questi – che possono essere conditi da una deliberazione legislativa che, salvo ripensamenti per ora non pervenuti, prescrive ancora che in Cina la Bibbia non possa essere acquistabile (e vendibile) via internet. Ma cos'è la "siciniazzione"? Federico Giuliani, in questo articolo per Inside Over, ha parlato dell'"essere impermeabili ai valori occidentali", rimarcando come "Dio", "Bibbia" e "Cristo" siano termini non più presenti sui libri destinati ai bambini cinesi. La "sicinizzazione", per farla breve, è un moto culturale – una sorta di piano programmatico – tramite cui Il Partito Comunista cinese cerca di allineare le dottrine religiose con la piattaforma politico-ideologica del maosimo. Fedeli sì, ma solo alla linea comunista.La ferita aperta delle persecuzioniStando all'ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre sulle persecuzioni subite dai cattolici nel mondo, nel marzo del 2019, quindi qualche mese dopo la stipulazione dell'"accordo provvisorio", è accaduto qualcosa di considerevole: "Nella città di Guangzhou, funzionari pubblici hanno introdotto premi in denaro per coloro che forniscono informazioni in merito a chiese sotterranee e altri luoghi di culto “non ufficiali”. Chi procura informazioni utili riceve in cambio 100 yuan (€ 12,85), che possono diventare ben 10.000 yuan – circa due mesi di stipendio medio – per chi aiuta il governo ad identificare ed arrestare ministri e membri di gruppi religiosi non ufficiali". La "Chiesa sotterranea", quella composta da chi si rifiuta di aderire all'Associazione patriottica cattolica cinese, sarebbe sotto scacco. Che poi è quello che va denunciando il cardinale Zen, quando si dibatte dei risultati conseguiti dal patto stipulato tra la Repubblica popolare e il Vaticano. In questi ultimi mesi, alcuni ecclesiastici italiani si sono esibiti attraverso paragoni che altri consacrati del Belpaese reputano "insulti". Le "sardine" – certi gruppi progressisti ne sono persuasi – ricordano lo "spirito" dei "primi cristiani". Ecco, in realtà pare che i cattolici della Chiesa sotterranea cinese vivano una situazione più associabile a quella dei primi martiri del cristianesimo. Di nomi se ne potrebbero fare tanti. Basta, forse, rammentare qualcosa della parabola esistenziale del vescovo Stefano Li Side, che è deceduto all'inizio dell'estate del 2019, dopo essere arrivato alla soglia dei novantaquattro anni. Vatican News, nel pezzo di commiato, lo ha descritto così: "Uomo di preghiera, interamente dedito al servizio di Dio, mons. Li Side viveva in povertà e in profonda umiltà. Esortava sempre i fedeli a rispettare le leggi del Paese e ad aiutare i poveri. Anche nelle dolorose vicissitudini di diverso genere che hanno segnato la sua lunga vita, non si è mai lamentato, accettando ogni cosa come volontà del Signore". Mons. Li Side, che era un noto membro della "Chiesa sotterranea", è stato arrestato tre volte nel corso di un quarantennio, per poi. la quarta volta, essere sottoposto al regime domiciliare in quella che in gergo si chiamerebbe "casa del diavolo", ossia in un piccolo centro di montagna del tutto fuori mano. Ma non basta: sulla biografia del presule si legge anche di "lavori forzati".
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La grande truffa dell'Italia all'Onu: così ci hanno raggirato sull'olio

La rielezione dei vertici del Consiglio oleicolo internazionale è piena di ombre ed episodi poco trasparenti. A farne le spese Italia e Israele. Ecco che cosa è successo lo scorso 21 giugno

Italia raggirata, Israele addirittura estromesso, e il tutto mentre Tunisia e Spagna gongolano: è questa, in estrema sintesi, la fotografia perfetta per immortalare gli effetti provocati dal colpo di mano avvenuto all'interno del Consiglio oleicolo internazionale (Coi).Partiamo dai fatti nudi e crudi, per poi spiegare la beffa rimediata dal nostro Paese. Innanzitutto è importante sapere che il Coi, creato nel 1959 su impulso delle Nazioni Unite, è l'unica organizzazione internazionale al mondo dedicata all'olio d'oliva e alle olive da tavola. La sede è situata a Madrid e il suo Consiglio è un ingranaggio fondamentale per quanto riguarda la discussione e l'adozione di politiche inerenti al delicato settore agricolo.Lo scorso 21 giugno, in quel di Marrakesh, Abdellatif Ghedira e Jamie Lillo sono stati rieletti rispettivamente direttore esecutivo e direttore aggiunto del Consiglio oleicolo internazionale. Ma, come sottolinea il quotidiano Italia Oggi, la citata rielezione è piena di ombre ed episodi poco trasparenti.In seguito a un accordo con l'Italia, Israele era pronto a fare muro alla riconferma dei due direttori eletti, rappresentanti dell'asse Tunisia-Spagna, entrambi molto più dediti a portare avanti interessi opposti a quelli nazionali.Israele aveva nominato l'italiano Ignazio Castellucci a rappresentare Gerusalemme per la sessione ma, a causa di una contestata lettera di accredito, la sua presenza nella sala del Consiglio era stata negata per un presunto ritardo burocratico. In altre parole, secondo i vertici del Coi, la richiesta di accredito non sarebbe arrivata entro i tempi previsti.Deleghe e accrediti: il mistero del CoiEbbene, non solo la lettera di accredito era stata recapitata con una tempistica perfetta: anche il direttore esecutivo Ghedira – oltre ad altri funzionari del Coi – ne era a conoscenza fin dalla mattina del 21 giugno, cioè prima che il comitato invalidasse la missiva di accredito per via di presunte irregolarità. Lo stesso Ghedira fu informato delle proteste dell'ambasciata di Israele a Madrid per il trattamento riservato al rappresentante israeliano, ma il direttore esecutivo ignorò ogni messaggio di protesta. Detto altrimenti, sia il Coi che il suo direttore hanno contribuito a escludere Israele dall'importante sessione di Marrakesh in cui veniva deciso il futuro dell'organo.Emerge tuttavia un altro particolare sconcertante, sempre spiegato da Italia Oggi. A lavori del comitato accrediti chiusi, con tutti i documenti ufficiali ormai depositati, dal segretario esecutivo del Coi in Spagna arrivava ai funzionari in Marocco, in seguito a una loro specifica richiesta, il facsimile di una lettera di delega a uso del Montenegro. E così, il 21 giugno, il Montenegro non aveva alcun referente a Marrakesh, ma in virtù del giro di documenti poteva comunque contare sull'Unione Europea a rappresentarlo.Senza questa mossa, tra l'altro fuori tempo massimo, non sarebbe mai stato raggiunto il numero legale necessario per consentire al Consiglio dei Paesi membri del Coi di riunirsi e rinnovare le cariche dell'organo.
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Il Comune non paga il buono casa, Marina in strada con 4 figli

Marina ed i suoi figli sono finiti in mezzo alla strada perchè il Comune di Roma non gli ha rinnovato il buono casa. Il bimbo più piccolo è affetto da autismo: “Questa situazione lo ha traumatizzato”

La vita di Marina, 38 anni, madre di quattro figli, assomiglia a un'eterna corsa ad ostacoli. Appena il tempo di lasciarsene uno alle spalle, ed ecco che la sorte le mette di fronte nuove difficoltà. È un logorio continuo, iniziato cinque anni fa con la perdita del lavoro. I soldi messi da parte finiscono presto. Non ci sono più risorse neppure per pagare le terapie del piccolo Brian, 4 anni, affetto da autismo, figuriamoci per l'affitto. Così arriva il primo sfratto.L'occasione per rialzarsi è il buono casa erogato dal Comune di Roma, una misura di sostegno per le famiglie in emergenza abitativa (circa 12mila) alle prese con la sfiancante attesa di un alloggio popolare. L'amministrazione si fa carico del canone di locazione, la caparra e l'allaccio delle utenze. Marina ritrova la serenità. Ma è solamente un parentesi. Dopo appena due anni e mezzo, infatti, è costretta a fronteggiare l'ennesimo imprevisto. "La proprietaria non pagava il mutuo – ricorda Marina – e quindi la banca le ha pignorato l'appartamento e siamo stati sfrattati per la seconda volta". Marina deve ricominciare tutto da capo, ma non si perde d'animo. "Ci siamo immediatamente messi in moto – racconta Maria Vittoria Molinari, sindacalista di Asia Usb – per raccogliere la documentazione e chiedere la riattivazione del buono casa, ma qualcosa è andato storto". Il Comune chiude i rubinetti. E Marina, che nel frattempo si è trasferita in una casa in via di Borghesiana, viene di nuovo messa alla porta. È il terzo sfratto in cinque anni. "Persino gli agenti che lo hanno eseguito – ricorda Marina – erano dispiaciuti per me, gli si leggeva nello sguardo".

Il Comune non paga il buono casa, Marina in strada con 4 figli

"Mi sono arrangiata chiedendo ospitalità a degli amici – spiega – perché l'unica soluzione che mi hanno prospettato è stata una casa famiglia". Un'ipotesi che la donna non può nemmano prendere in considerazione, per il bene dei suoi figli che oggi hanno 12, 14 e 18 anni. In particolare del più piccolo, Brian. "È malato – dice con la voce rotta dalla commozione – e in casa famiglia si aggraverebbe". Lei, che a fine mese mette insieme circa 400 euro, riesce a malapena a pagargli le cure. "I medici – spiega agitando i referti – dicono che avrebbe bisogno di fare venticinque ore di terapia a settimana, ma io me ne posso permettere solo due". Ed i continui stravolgimenti a cui è stato sottoposto il bimbo lo hanno già segnato profondamente. "Brian è abitudinario, ci mette tempo prima di ambientarsi, solo dopo un anno – spiega – si era finalmente abituato a fare le scale di casa, i suoi progressi sono lenti e ogni cambiamento comporta una regressione".Marina è disperata: "Cosa aspettano? Che mi butto sotto alla metro?", si sfoga. Maria Vittoria Molinari, che l'ha presa sotto la sua alla protettrice, invece, è indignata. "Abbiamo sollecitato con forza diversi incontri con il dipartimento Politiche abitative ma – denuncia – la volontà di risolvere il problema non c'è stata". Una situazione assurda e dolorosa. Marina è una mamma in difficoltà a cui sono stati negati i diritti più elementari e persino la pietas. È un'invisibile. "Questo caso – ragiona la sindacalista – è l'emblema del fallimento delle politiche abitative del Comune di Roma e di come, in questa città, chi perde il lavoro non ha aiuto da parte di nessuno".
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Assalto al portavalori sulla A1: chiodi sull'asfalto e auto in fiamme

Il mezzo speronato con un tir. Diverse auto date alle fiamme per bloccare la strada. Almeno 15 i componenti della banda armata

Un tentato assalto la notte scorsa a un furgone portavalori sull’autostrada A1. Almeno 15 le persone facenti parte della banda che ha provato a svaligiare il mezzo blindato. I malviventi hanno speronato il portavalori usando un tir. Per creare scompiglio hanno anche precedentemente incendiato sette vetture su entrambi i sensi dell’autostrada Milano-Napoli, in modo da creare due barriere di fuoco e bloccare il loro obiettivo, dopo aver seminato chiodi sull’asfalto per bucare le gomme. Il piano, degno di un film, è stato pensato nei minimi particolari. I banditi non avevano però considerato il fatto che proprio lì vi era una via di fuga: l’entrata in un autogrill. Questa, imboccata dal mezzo, ha infatti evitato la rapina.Il tentato assalto al portavaloriL'agguato è avvenuto poco dopo le 23 di martedì 28 gennaio, all'altezza di San Zenone al Lambro, alcuni chilometri più a sud di Lodi Vecchio. Le vetture date alle fiamme, arrivate sul luogo da una strada comunale a San Maria in Prato, frazione di San Zenone, probabilmente risulteranno essere state rubate. Prima un autoarticolato ha speronato il portavalori che stava transitando sull’autostrada del Sole, in direzione nord. Poi, circa una quindicina di soggetti, armati di mitra e pistole, hanno dato alle fiamme sette veicoli posizionati sulla corsia, in modo da bloccare il mezzo da rapinare. Il commando non è però riuscito nel suo intento, il conducente del portavalori è infatti riuscito a mettersi in salvo entrando in un’area di servizio. I rapinatori, dopo aver tentato inutilmente il colpo, hanno abbandonato l’idea e si sono dati alla fuga, usando altre sei auto, poi abbandonate e incendiate, ritrovate su una stradina di campagna a ridosso dell’abitato di Salerano sul Lambro.

Lodi, il fuoco dopo l’assalto al portavalori

Chilometri di codeIl tentato colpo ha avuto comunque notevoli ripercussioni su tutto il traffico della zona. Sono stati registrati chilometri di code dovuti anche alla chiusura del tratto autostradale e del casello di Lodi, rendendo obbligata l'uscita allo svincolo della città. Sul posto i vigili del fuoco del comando di Lodi e del distaccamento di Sant’Angelo, oltre ai colleghi di Milano e Piacenza, alle forze dell’ordine, al personale del soccorso sanitario e a quello di Autostrade per l’Italia. Al momento non risultano esserci stati feriti. Intanto è partita la caccia alla banda in tutta la zona.L’assalto, di tipo paramilitare, avvenuto questa notte è del tutto simile a quello tentato nel novembre del 2014 pochi chilometri più a sud dell’odierno. Anche in quel caso era stato creato un inferno di fuoco per dare l’assalto a un blindato che trasportava 5 milioni di euro. Neanche quella volta però il colpo era andato a buon fine.

Inferno di fuoco sulla A1. Banda armata tenta di rapinare un portavalori

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Emilia, la regina di preferenze? Era il “riferimento politico” delle sardine

Mattia Santori al Giornale.it l’aveva definita il “riferimento politico che posso avere”. Ed Elly Schlein ha fatto il boom di preferenze

Alcuni già sussurrano possa essere lei ad ottenere uno degli assessorati nella nuova giunta di Stefano Bonaccini. Trentaquattro anni, donna, campionessa di preferenze. Elly Schlein ha ottenuto la fiducia di oltre 15mila persone nella circostrizione di Bologna, 4mila in quella di Reggio Emilia e 2mila a Ferrara. Un record che permetterà alla neonata lista "Coraggiosa" (3,8%) di essere "decisiva" nel "definire le scelte" dell'Emilia Romagna. E che forse potrebbe anche "rappresentare" in qualche modo le istanze delle sardine nel governo della regione.Nata a Lugano da madre italiana e padre americano, Elly studia a Bologna prima il Dams e poi Giurisprudenza. Nel 2008 si arruola come volontaria nella campagna elettorale di Obama, dove tornerà anche quattro anni dopo. In politica la Schlein ha le idee chiare. Nel 2013 dà vita alla protesta "Occupy Pd" contro le larghe intese e appoggia Civati nella campagna per la segreteria del Pd. Poi l'elezione all’europarlamento (54mila preferenze) dove si occupa di diritti, immigrazione, giustizia fiscale e conversione ecologica. Infine, nel 2015, l'addio ai dem di Renzi e l'approdo a Possibile con Civati. Una donna "verde col cuore rosso” e che sogna un'Emilia Romagna "ecologista, progressista e femminista".Oggi tutti parlano di lei per il video in cui incalzava Salvini sulle assenze nelle riunioni europee in tema di immigrazione e Regolamento di Dublino. Il blitz può averle dato visibilità, ma è difficile immaginare sia il motivo del successo elettorale. Elly infatti era in prima fila già a novembre in occasione del primo flash mob delle sardine "contro Salvini" a Bologna. Il suo è stato un interessamento precoce. Quando ancora i media non si erano accodati al coro di elogio del movimento bolognese, lei su Facebook già invitava a partecipare alla "prima rivoluzione ittica della storia". “Ho pronta anche io la mia sardina”, scriveva online elogiando il “divertentissimo e pacifico flash mob” di piazza Maggiore. E non è un caso. La Schlein infatti era stata avvicinata dagli stessi fondatori delle sarde, come rivelato al Giornale.it da Mattia Santori. Il leader cercava di coinvolgere "tutte le realtà politiche e sociali” di Bologna per "non pestare i piedi nessuno" e per cercare di trasformare l'idea in un evento vero e proprio. Nell'elenco dei contatti apparivano i collettivi, le associazioni e "alcuni rappresentanti politici" tra cui proprio Elly, che Santori ha incontrato "cinque giorni prima dell’evento". I due si sono trovati in sintonia, tanto che la sardina in chief nell’intervista la citava tra i suoi "riferimenti politici" insieme ad "alcuni presidenti di quartiere" e ad Emily Clancy di Coalizione Civica.Nelle scorse settimane sono sorte molte domande sul voto delle sardine. La scelta di campo era chiara (Bonaccini), ma nessuno (almeno ufficialmente) aveva dato indicazioni precise sulle preferenze dei singoli candidati consiglieri. Si era parlato dell'idea del centrosinistra trovare un posto in lista ad un rappresentante delle sardine o ad un esponente loro vicino, così di catalizzare il voto dei pesciolini di cartone. Ma poi non se ne fece nulla. Possibile che quelle preferenze siano finite proprio alla Schlein? Impossibile dirlo con certezza. Di sicuro c'è che Elly era al loro fianco anche a Bibbiano il 23 gennaio come dimostrano gli scatti sorridenti con Santori.La domanda è: sarà lei la "rappresentante" delle istanze ittiche in consiglio regionale e, chissà, anche in giunta? Mistero. Abbiamo chiesto delucidazioni a Santori, per capire se la fiducia dei pesciolini sia stata riposta in Elly e cosa ne pensano di un suo possibile assessorato. Gli avremmo anche domandato se sia stata data indicazione o meno alle sardine di scrivere il nome dell'ex piddina sulla scheda. Peccato che Santori, come fa ormai da qualche tempo, non ci abbia risposto né al telefono né per messaggio. E non capiamo il perché.
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Coronavirus peggio della Sars: le grandi aziende in fuga dalla Cina

In Cina il nuovo coronavirus ha già contagiato quasi 6mila persone, più di quelle colpite dalla Sars tra il 2002 e il 2003. Da Toyta a British Airways: chiusure e produzioni sospese

Il nuovo coronavirus in Cina ha già superato la Sars, la Sindrome respiratoria acuta grave, che, secondo i dati ufficiali dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a cavallo tra il 2002 e il 2003, si fermò a 5.327 contagi e 349 morti. Oltre la Muraglia, da quando ha fatto la sua comparsa, alla fine dello scorso dicembre, il 2019-n-Cov ha invece già colpito 5.974 persone e provocato 132 decessi. E gli esperti sostengono che il picco massimo dell'epidemia debba ancora arrivare.I numeri fanno paura, e ogni mattina sale l'ansia quando la Commissione sanitaria nazionale cinese dirama il bollettino sanitario, un documento che aggiorna i contagi, le morti, le guarigioni e la galoppante diffusione del virus. Nel frattempo anche l'Europa deve fare i conti con i primi pazienti che hanno contratto l'infezione. Nel Vecchio Continente ci sono 7 contagiati, con quattro persone colpite in Germania.Da monitorare, come sottolinea Il Corriere della Sera, quanto accaduto in terra tedesca, dove un manager è stato contagiato da una collega arrivata dalla Cina senza sintomi; dopo l'uomo, anche altri tre suoi colleghi si sono ammalati. L'azienda colpita dai casi di coronavirus ha sospeso tutti i viaggi dei suoi dipendenti in Cina, senza eccezione alcuna.Il motore economico si ferma: voli sospesi e aziende bloccateMa questa è solo la punta dell'iceberg, perché è l'intero motore economico cinese che ha smesso di funzionare, bloccato dalla misteriosa malattia partita da Wuhan. Pechino ha preso misure drastiche, isolato il Paese e staccato la spina. Non poteva essere altrimenti: per contrastare una pandemia dalle dimensioni bibliche sono state prese decisioni drastiche, come quella di mettere in quarantena la provincia dello Hubei, con tanto di trasporti pubblici sospesi e strade bloccate con barriere di ogni tipo per impedire la fuga dei residenti.Stando a quanto riportato da Bloomberg, Toyota Motor interromperà le operazioni in Cina fino al 9 febbraio, aggiungendosi a un fittissimo elenco di aziende globali e multinazionali che hanno ridotto o cessato le attività commerciali in Cina a causa dell'infezione da coronavirus. Starbucks, che alla fine del 2019 contava all'interno del gigante asiatico 4.292 centri, ha chiuso la metà dei negozi e sta ancora cercando di capire l'entità dell'impatto che il 2019-n-Cov avrà sulle sue vendite. Qualche giorno fa McDonald's aveva sbarrato, fino a data da destinarsi, i punti vendita di Wuhan, Ezhou, Huanggang, Qianjiang e Xintao. Porte chiuse anche per il mega parco e resort Disney di Shanghai.Anche le compagnie aeree hanno preso contromisure. Lion Air, l'operatore indonesiano più grande del sud-est asiatico per dimensioni di flotta, ha sospeso tutti i voli da e verso la Cina a partire dal 1 febbraio. British Airways, oltre ad aver sospeso tutti i voli diretti per la Cina continentale, ha anche interrotto le prenotazioni sul suo sito fino a marzo. La Casa Bianca ha fatto sapere alle compagnie aeree che sta valutando la sospensione di tutti i coli tra Stati Uniti e Cina.
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